0
0
0
s2sdefault

29256 image30.03.2016 - In Francia è la settimana decisiva per la riforma del diritto del lavoro che prende il nome dalla sua firmataria, la ministra del Lavoro Myriam El Khomri. Presentata nei giorni scorsi al Consiglio dei ministri e in commissione Affari sociali, la cosiddetta loi El Khomri ha visto materializzarsi la più grande opposizione popolare durante la disastrosa presidenza di François Hollande. Secondo i sondaggi il 75% dei francesi è contrario alla riforma e in queste ultime settimane, a partire dal successo del primo sciopero generale del 9 marzo, le pressioni dei sindacati combattivi, dei movimenti studenteschi e della sinistra antiliberista e anticapitalista, che chiedono comunque il ritiro del progetto di legge, hanno spinto il governo ad apportare alcune modifiche al testo originale. Tuttavia, la marginalità delle concessioni del premier Manuel Valls, seppure abbiano parzialmente deluso la confindustria francese, il Medef, e convinto la zoppicante Cfdt, la Confédération française démocratique du travail, non sono certo state sufficienti a soddisfare le rivendicazioni delle opposizioni che guardano con una certa fiducia allo sciopero generale previsto per domani.

Secondo la Cgt, la Confédération générale du travail, il ministero del Lavoro propone una riforma aggressiva che punta a trasformare profondamente il codice del lavoro a discapito dei lavoratori. Un Jobs Act alla francese che prevede licenziamenti più facili e meno costosi per le società, liberalizzazioni, diminuzione dei ricorsi davanti al giudice, aumento delle ore di lavoro e della flessibilità, limitazione delle indennità e tagli alla remunerazione degli straordinari, eliminazione della garanzia di congedo in caso di malattia di un familiare. In aggiunta, fanno parte del progetto di legge i nuovi dispositivi che permetteranno a certe misure aziendali di essere imposte con un semplice referendum anche contro il parere del 70% dei sindacati,  mentre gli accordi interni (al ribasso) avranno priorità sulle intese di categoria. Insomma, una riforma che, sebbene edulcorata dai ripensamenti del governo davanti alla mobilitazione, risulta tanto iniqua quanto sbilanciata a favore degli interessi del grande capitale e degli imprenditori. Il prospetto riassuntivo realizzato dalla collaborazione tra le varie sigle sindacali lo dimostra in maniera palese e proprio per questo, a differenza di quello che è successo in Italia, le confederazioni hanno promesso di continuare la lotta fino al ritiro della proposta di legge.

Nel frattempo, il fronte dei movimenti studenteschi continua ad allargarsi. Le immagini dell’ultima manifestazione degli studenti, andata in scena il 24 marzo, evidenziano l’atteggiamento intimidatorio della polizia e la frustrazione dei tanti giovani ai quali il sistema concede sempre meno prospettive. Le manganellate e i lacrimogeni, o la brutale irruzione della CRS, la Compagnies Républicaines de Sécurité, nei locali dell’università Tolbiac, dove perlatro è prevista per oggi un’assemblea pubblica dal titolo “université alternative et convergence des luttes”, rappresentano soltanto l’ultima macchia per un governo Hollande che sta tantando in tutti i modi di intimorire le parti sociali in lotta. Il video del pestaggio del liceale Henri Bergson da parte di alcuni poliziotti ha fatto il giro della Francia suscitando più indignazione che paura, mentre il fermento dell’opposizione alla riforma non accenna certo a diminuire e domani migliaia di studenti sono attesi in piazza sulla scia delle manifestazioni precedenti.

A livello politico StartFragmentOlivier Besancenot, EndFragmentospite deStartFragmentl recente incontro sulla loi Travail organizzato dalla gioventù del NPA, EndFragment ha parlato invece di una repressione funzionale al progetto di legge governativo. Secondo il  portavoce del Nouveau Parti Anticapitaliste, la situazione è molto complicata ma l’inasprimento del conflitto sociale contro il governo farà vivere ai giovani dei momenti esaltanti. Sembra davvero che qualcosa si stia smuovendo all’interno della società francese e in questo contesto l’impegno della sinistra anticapitalista contro la logica dello stato di emergenza, decretato dal governo come risposta miope e liberticida agli attentati del 13 novembre 2015, è stato fondamentale nel rilanciare la mobilitazione sociale. Lo slogan “police partout, justice nulle part!”, scandito alla manifestazione del 12 marzo, riassume la strumentalità delle dinamiche che legano i numerosi abusi di polizia all’imposizione delle politiche di austerità che la riforma del diritto del lavoro vuole ulteriormente implementare. L’impunità garantita in questi mesi alla CRS mostra chiaramente come lo stato di emergenza sia utilizzato dal PS, il Parti Socialiste del presidente, per scopi meramente politici.

Seguendo l’esempio degli altri governi dell’Ue, e portando avanti l’attacco coordinato delle classi dominanti europee, il governo francese ha deciso di non combattere l’aumento delle disuguaglianze e della povertà, l’emarginazione o il razzismo, ma di scagliarsi con violenza contro quel dissenso popolare che non accetta la sciagurata visione neoliberista di una società in rovina. Lo sciopero generale di domani può rappresentare l’apice di una contestazione a tappe forzate per mezzo della quale i sindacati, gli studenti e le forze di sinistra vogliono costringere il governo a guardare in faccia una realtà alternativa: la società francese, al contrario di quella italiana, non è disposta a sacrificare la propria libertà in nome della sicurezza e i propri diritti in nome del profitto privato.

Vai all'inizio della pagina